VIVI L’UMBRIA
offerto da ASSO TOURIST PRO AGRI UMBRIA
Giano dell’Umbria
di Mariolina SAVINO
Manlio Petruccioli sorride e con i suoi occhi attenti mi scruta, mentre si aggira compiaciuto fra i suoi ulivi.
Ne ha conosciute di primavere lui, innammorato della sua terra e della sua casa a due passi dalla civiltà moderna, seppur immerso nel cuore dell’Umbria fra argentei ulivi.
“Il mondo cara signora mia, non è più lo stesso, una volta si lavorava troppo ma c’era la passione per la famiglia e a fine giornata, intorno al tavolo, eravamo in tanti. Ora tutti “scappano la sera” (intende dire che la gente esce), divertimento e solitudine, mentre per noi era la gioia della compagnia la domenica radunarsi in piazza, fare due chiacchiere o organizzare una festa per il buon raccolto o la “buon finita”.
Quando ero giovanotto sono partito per l’Africa settentrionale francese a combattere con gli inglesi e ci sono stato ben trenasei mesi. Ma la gioia più grande è stata quella di tornare e metter su famiglia.
Mio figlio ha costruito un capannone proprio dietro casa ed è un bravo fabbro, e i nipoti poco si interessano della terra. Io ho dedicato tutta la mia vita a questi campi e ancora oggi che le “forze non mi aiutano più” continuo a potare e coltivare tutti questi ulivi che a novembre ci regalano l’olio extravergine di Giano, una delizia che accompagna il desinare di tutta la mia famiglia. I prodotti tipici sono una grande risorsa per noi non solo a “livello di immagine” come si dice oggi per le tante tipicità dell’Umbria, ma per la nostra stessa salute. Vuoi mettere un buon bicchiere di vino umbro, nato dalla coltivazione e cura delle vigne e quelle “ciofeche” che ti vendono al supermercato?”
Come sono cambiati i rapporti umani secondo lei?
“Per carità, lassamo perde! Prima c’era più rispetto fra di noi giovani e verso gli anziani e i genitori, ora non si “arconosce più gnente!” Se sei in piedi su un autobus, nessuno si alza per darti il posto, a scuola si studia scaldando il banco e il lavoro è diventato un peso, più che un dovere. La terra non la vuole coltivare più nessuno e pensi che una volta, i solchi si facevano con l’aiuto degli animali, ora tutto è tecnoligico, ma la “voglia de’ faticà” quella non si compra.”






